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La vendetta della terza linea, di Nicolò Bonazzi

C’è tanta roba nel romanzo d’esordio del padovano Nicolò Bonazzi: ritmo serrato, una scrittura asciutta e concisa, ironia fredda e pungente, una storia divertente, cattiva, politicamente scorretta, in cui i buoni non sono poi così buoni (in compenso i cattivi sono delle vere merdacce).
Il libro si legge in fretta e fa lo stesso effetto di una fuga lungo la fascia del Lomu dei tempi d’oro: travolgente. Ti fermi soltanto quando sei arrivato all’ultima pagina, e ti dispiace un po’ quando leggi la parola fine: dopo tutto ti sta simpatico Marco B, giovane avvocato figlio di puttana che si mimetizza al meglio nell’ipocrisia della Padova-bene. Uno capace di covare per anni un rancore che sfocia in mascelle rotte a suon di calci nei denti, nasi e zigomi fratturati, costole rotte, visi tumefatti e teste spaccate sui marciapiedi di un’Inghilterra splendidamente provinciale (e basta con ‘sta Londra!).

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Tarantino in salsa padana

sol24Questo recensione di Giovanni Pacchiano è stato pubblicato ne Il Domenicale del Sole24ore di ieri, domenica 11 ottobre 2009.

“Abbiamo anche noi il nostro piccolo Quentin Tarantino. No, non fa film; scrive. Si chiama Matteo Righetto, è padovano (classe 1972), e il suo romanzo d’esordio, Savana Padana (bel titolo), è, appunto, un pulp-noir incandescente. Roba da far sembrare i testi dei Cannibali o di Ammaniti letteratura per anime candide.
Non abbiamo mai avuto molta simpatia per la scrittura narrativa che nasce direttamente dal cinema o dal fumetto; e, per Righetto, facciamo un’eccezione, perché difatti il discorso è un po’ più complesso. Sotto la ricerca degli eccessi e dello shock (si veda ad esempio il finale della storia, con i «brandelli di cervello» di un morto «appiccicati sull’asfalto bollente»; o l’allucinante iterazione degli sgozzamenti nel regolamento di conti fra bande rivali), grattata via la vernicetta del pulp, emerge una base solidamente e minuziosamente realistica d’antan. Dove un forte sento di disfacimento della società non è mai sepatato dall’aguzza percezione del grottesto.
Da scommettere che Righetto, che – ci informa la quaeta di copertina – «insegna lettere», abbia letto e assimilato autori che oggi possono sembrare (a torto) vecchi, come Steinbeck e Caldwell. E sia anche elettivamente prossimo a un versante faulkneriano, per l’impassibilità feroce della torrida natura veneta estiva qui rappresentata. Ha, infatti, ben la sua parte, la campagna, nel libro. «Ambientato a San Vito Oltrebrenta». Con «un fiume a nord e un fiume a sud. il Brenata da una parte, il Piovego dall’altra. Due corsi d’acqua che stringono a tenaglia una terra piatta umida e tignosa dove il freddo invernale è malefico e l’afa d’estate mortifera. Tra queste campagne c’è San Vito». Che è, in realtà, «una strada lunga e dritta». «Con un bar da una parte e uno dall’altra».
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Savana Padana: la mia recensione su Debaser

Savana Padanati fa lo stesso effetto di un bicchiere di grappa bevuto tutto d’un fiato dopo una bella cena con gli amici sui colli Euganei, quelle cene in cui ti sfondi di bigoli in salsa, pollo fritto, polenta e fasoi e sioe. E sto parlando del primo bicchiere di grappa della serata, quello che va giù che è un piacere ma che allo stesso tempo ti brucia un po’ in gola. Però fa niente, con il primo bicchiere è sempre così. Poi passa e te ne sbatti.
La trama del romanzo, o racconto lungo che dir si voglia, di Matteo Righetto è figlia di un Joe Lansdale ubriaco di grintòn, e deve molto anche al Guy Ritchie dei suoi primi due (bellissimi) film: una banda di zingari, quattro scalcagnati cazzoni della mala del Brenta al seguito di un boss da antologia, un carabiniere rigorosamente teròn che va dove non dovrebbe andare, un mafioso Cinese detto “il Tigre” e una statua di Sant’Antonio che sparisce poco prima del 13 giugno, proprio quando l’afa umida e tignosa della Pianura Padana si fa insopportabile. Il tutto in attesa di un temporale da iradiddio.

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