Il Piccolo Isolazionista. Prolegomeni a una metafisica della periferia. Tommaso Labranca, Castelvecchi, 2006.

Il Piccolo Isolazionista, citazioni

Il piccolo isolazionista. Prolegomeni a una metafisica della periferia. Tommaso Labranca, Castelvecchi, 2006.

L’assenza di comunicazione interpersonale è il primo obbligo del Piccolo Isolazionista. Subito dopo segue l’espressione incomprensibile. Infine è altrettanto importante l’anaffettività.

Non c’è niente di male nell’essere asociali. Soprattutto quando i motivi di questa scelta sono riconducibili a uno solo: l’essere consci del proprio nulla. Non ci si isola per supposta superiorità. Ci si mette autonomamente da parte quando ci si accorge di essere esattamente come gli altri e di non avere quindi alcuna necessità di scambiare le proprie esperienze. Gli altri non se ne accorgono. Non si rendono conto di come sia il nulla a cementare le loro relazioni. Non sono dunque un asociale. Voglio solo coltivare da solo il mio niente. Senza condividerlo.

Di notte i semafori sembrano durare di più. Di notte sulle strade satellitare non viaggia quasi nessuno.

Le 23:30. Questa è l’ora peggiore per la Nazione della Sfiga. È l’ora in cui chi ha deciso cosa fare lo sta già facendo, chi non è uscito non lo farà volutamente per snobismo o malattia oppure, se è veramente inserito nei giri che contano, lo farà quando gli altri staranno tornando a casa in preda alla noia, agli sbadigli e ai rimpianti. È l’ora in cui la Nazione della Sfiga invidia i giapponesi che stanno per svegliarsi nella domenica e hanno già cancellato le angosce del sabato sera, o i texani e i colombiani hanno davanti a loro ancora un pomeriggio per sperare in un invito.

Quando salta un inserzionista pubblicitario i giornalisti riempiono la pagina disertata con uno speciale da Tokyo, città che è sempre una garanzia quando si vuole parlare del nulla o diffondere menzogne restando comunque cool, tanto nessuno andrà mai fino in Giappone a controllare.

Il Piccolo Isolazionista ha una memoria particolare: ricorda nei dettagli eventi minimi e inutili e personali.

Preferisco le tangenziali alle autostrade perché prediligo il movimento al viaggio. Perché non vado mai verso alcun luogo.

Mi commuove poter disporre della tecnologia avanzata. Mi commuove il fatto di non vedere più il supporto: non c’è vinile, non c’è nastro, ci sono da qualche parte degli 1 e degli 0, ma non si possono vedere né toccare. Solo sentire.

Britney Spears è l’ultima delle mistiche, non se ne è accorto nessuno solo perché ha il difetto di non accompagnarsi con l’harmonium come faceva verso il Mille Hildegard von Bingen, ma di affidarsi alla produzione pop che pone in secondo piano tutto il resto.

Sempre qui. Invece di fare come quelli seri, che dicono ai quotidiani di trovarsi in un Paese esotico a scrivere un romanzo ambientato in Ciociaria o sui colli bolognesi. Qui, ripiombando nel 1993, quando alle 07:30 del mattnio ascoltavo con un walkman argentato Enjoy the Silence nella nebbia, vicino a un tabernacolo lungo una strada tra Spino e Lodi. E pensavo che se Proust avesse avuto un walkman la Recherche sarebbe stata lunga il doppio. Nel 1993, quando mio padre c’era e stava bene e questo bastava per farmi sentire ancora piccolo. Non Piccolo Isolazionista. Piccolo e basta.

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