UN AMERICANO TRANQUILLO, Graham Greene (traduzione di Alessandro Carrera, Sellerio Editore, 1955 – 2024). Citazioni.
Qualcosa di strano? Prima o poi tornerò a casa. Lei non la posso portare con me. Con lui starà benissimo. È un accordo ragionevole. E lui dice che la sposerà. Magari lo farà sul serio. A modo suo è un brav’uomo. Quadrato. Non è di quei bastardi chiassosi del Continental. Un americano tranquillo.
Avrei appreso in seguito che aveva un enorme rispetto per quelli che definiva autori seri. Il termine escludeva i romanzieri, i poeti e i drammaturghi, a meno che non trattassero quelle che lui definiva tematiche contemporanee, ma anche questo caso era comunque meglio attingere alle informazioni nude e crude fornite da York.
“È tranquillo” disse Phuong, e quell’aggettivo che fu lei per prima a usare, gli restò accanto come il soprannome che si dà a un compagno di scuola, fin quando lo sentii usare perfino da Vigot alla scrivania con la sua visiera verde, nel dirmi che Pyle era morto.
“Loro non vogliono il comunismo”. “Loro vogliono riso a sufficienza” dissi. “Loro non vogliono essere sparati addosso. Vogliono poter diventare, un giorno, come tutti gli altri. Non vogliono avere tra i piedi i vostri visi pallidi che gli insegnano cosa volere”.
Ho visto un prete, talmente povero che non aveva neanche un paio di calzoni di ricambio, che per quindici ore al giorno andava da una capanna all’altra durante un’epidemia di colera, mangiando solo riso e pesce in salamoia e dicendo la sua messa con una vecchia tazza e un piattello di legno. In Dio non ci credo, ma sto dalla parte di quel preste. Anche questo è colonialismo?
Io non sto combattendo una guerra coloniale. Crede che farei queste cose per i piantatori di Terre Rouge? Finirei piuttosto davanti a una corte marziale. Noi stiamo combattendo tutte le vostre guerre, ma la colpa la lasciate a noi.

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