Evviva Fabio Volo, evviva Checco Zalone!

Sono arcistufo di leggere commenti di (pseudo)intellettuali che si disperano per i successi di vendite di Fabio Volo o Checco Zalone, davvero non ne posso più.

Rodersi d’invidia fa male al fegato, vi rovina la vita, lo so che è brutto ma se i vostri libri non vendono il motivo è soltanto uno: la gente non li compra. Nemmeno i vostri amici, nemmeno i vostri contatti su facebook, perché c’è pieno di scrittori come centordicimila amici su facebook che poi vendono 450 copie al massimo dei loro romanzi. A sto punto fatevi due conti… 


Evviva Fabio Volo, evviva Checco Zalone!

Ma la cosa peggiore è questo ritenersi sempre migliori degli altri, superiori alla massa, per non parlare del fastidio fisico che provo quanto sento qualcuno parlare di “decadimento culturale”, di “a che punto siamo arrivati”, di “caduta libera”. Ma avete una minima idea di com’era l’Italia negli anni ’60? No perché adesso sembra che negli anni d’oro tutti gli italiani passassero le giornate a leggere Manzoni, Dante, Pavese o Elsa Morante.

Perché poi non capisco quale sia l’Italia di una volta in cui tutti leggevano solo i grandi maestri della letteratura: gli anni anni ’90? gli anni ’80? gli anni ’70? Vi svelo un segreto: i bestseller sono sempre uguali. Sono sempre gli stessi. In tutti i paesi del mondo. Andatevi a guardare la lista dei bestseller consigliati da USA Today negli ultimi 20 anni: libri di cucina, le 50 sfumature, libri di politici, i libri di Oprah Winfrey (e noi ci lamentiamo di Bruno Vespa), Harry Potter, libri di coaching, libri di diete e di consigli per stare in forma…

Adesso, vi svelo un altro segreto: il paese in cui si leggono soltanto grandi opere letterarie non è mai esistito. In Italia soltanto 60 anni fa la percentuale di analfabetismo era alle stelle, la massa leggeva pochissimo. E questo in dimensioni ancora maggiori nell’800, naturalmente: se andate a vedere l’elenco dei bestseller di quegli anni scoprirete titoli che all’epoca la critica disprezzava, proprio come fa con Fabio Volo oggi.

Giusto per far capire un po’ di cose sarebbe utile ricordare che Giacomo Leopardi in vita non se lo cagava nessuno,  Marcel Proust fu costretto a pubblicare pagando di tasca sua perché nessun editore credeva nella Recherche, giusto per citare i primi due nomi che mi sono venuti in mente.

Evviva Fabio Volo, evviva Checco Zalone!

E il discorso vale anche per il cinema: Totò è stato sempre snobbato se non addirittura insultato dalla critica cinematografica dei suoi anni. Veniva trattato peggio dei Vanzina oggi, un vero appestato per tutti i critici del “cinema di qualità”. Rileggetevi le recensioni dell’epoca: una stroncatura dietro l’altra.

Quello che dovete mettervi in testa è che qualità letteraria e numero di vendite non sono quasi mai stati sinonimi. Basta, mettetevi l’anima in pace e ringraziate libri come quelli di Fabio Volo, quelli di Moccia o le 50 sfumature, perché è grazie ai fatturati di questi libri che poi gli editori possono permettersi il lusso di pubblicare tanti altri libri che però non vendono abbastanza per essere autosufficienti da un punto di vista economico (e cioè la stragrande maggioranza di quelli che trovate in libreria).

Vivi e lascia morire, come diceva il buon Roger Moore in 007: leggetevi i vostri libri, guardate i vostri film, ascoltate la vostra musica. Smettetela di voler educare le masse, non perdete tempo a disprezzare gli altri. Un libro è fatto essere venduto e letto, poi incidentalmente può succedere che ci scappi anche la Letteratura. Ma leggerlo può essere comunque un’esperienza divertente. Amen.

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2 pensieri su “Evviva Fabio Volo, evviva Checco Zalone!”

  1. Detta così, come la dici tu, sta in piedi, e mi trova quasi del tutto d’accordo. La letteratura “impegnata” non ha mai venduto molto, e se l’ha fatto, è sempre stato per motivi che con la letteratura non avevano niente a che fare – il caso più eclatante è “Lolita” di Nabokov, un capolavoro assoluto che è diventato un caso letterario solo dopo il suo divieto (idem per “Madame Bovary” di Flaubert, esattamente cento anni prima, o per l’Ulisse di Joyce negli anni venti). Il vero problema è che molti pensano che vendere poco sia sinonimo di impegno culturale!

    Ma c’è un aspetto sul quale, però, sento di pensarla in modo diverso da te, anche se non riesco a metterlo bene a fuoco… è come se tu dicessi che di fronte alle grandi vendite non si può più esprimere un giudizio… ti copio, a mano, un pezzo di Franzen che solleva più di un interrogativo (sta parlando di un libro di Birkerts):

    L’elitarismo è il tallone d’Achille di ogni seria difesa dell’arte, un facile bersaglio per le frecce avvelenate della retorica populista. L’elitarismo della letteratura moderna è senz’altro peculiare – un’aristocrazia dell’alienazione, una confraternita di dubbiosi e insicuri. Tuttavia, dopo aver esposto il sospetti che i non-lettori considerino la lettura “come una specie di giudizio di valore, un atto elitario ed escludente”, Birkerts è abbastanza coraggioso da confermare le loro peggiori paure: “L’atto di leggere è un giudizio”.

    Per cui: siamo sicuri che sia giusto rinunciare a esprimere un giudizio?

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  2. Ciao Paolo, come sempre i tuoi commenti sono più che stimolanti: ben vengano i giudizi di valore sulle opere in questione, ma devono essere sensati. Mi spiego: uno non può stroncare un film dei Vanzina dicendo che non c’è spessore psicologico, perché non è questo che volevano fare gli autori.
    Provo a spiegarmi meglio: la critica deve esprimere giudizi critici, quindi non possono essere applicati gli stessi parametri di giudizio su un libro di filosofia teoretica e su un romanzo noir. E’ qui che secondo me sta l’errore, applicare parametri che non c’entrano nulla con le opere in questione.
    Il problema secondo è il contenitore libro, che in Italia è diventato sinonimo di contenuto: ogni libro deve essere un capolavoro letterario, altrimenti non va bene, e giù critiche. Sembra quasi che in questo paese il libro sia diventato un totem, un monolite di fronte a cui inchinarsi, un idolo da adorare a priori.
    Anche un elenco del telefono è un libro, e ti dirò di più, è un libro perfetto, perché assolve in maniera perfettamente funzionale al suo compito. Ma uno non può criticare un elenco del telefono perché non ha una bella prosa, così come non puoi pretendere che un romanzo di Fabio Volo sia un’opera letteraria per palati sopraffini.
    A me sembra che spesso si faccia confusione volutamente per il puro gusto di sentirsi migliori degli altri, per tirar fuori i soliti luoghi comuni sulla massa beota (io per primo a volte incappo in questo errore eh, non mi sento certo esente da colpe).
    Quello che non sopporto proprio è l’astio invidioso nei confronti di chi ha successo, cosa che riscontro spesso quando sento o leggo cose tipo “Fabio Volo fa schifo” ecc. ecc.

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