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A.S.A.P. (Adrian Smith And Project): Silver And Gold

Qui si parla di una vera e propria perla. L’Adrian Smith del project in questione è proprio lui, lo storico chitarrista dei Maiden dai gilè improbabili e che in quegli anni si ostinava a tagliarsi i capelli come il miglior Littbaski.

“Silver And Gold” però è quanto di più lontano dalla musica degli Irons si possa immaginare, non fatevi ingannare dal background del nostro axeman.

Con quest’album Adrian Smith è tornato al suo primo amore, vale a dire l’hard rock un po’ sporco di matrice USA, tanto che è la sua voce, roca e piena di malinconia, ad essere la vera protagonista dell’album.

Del resto la malinconia può essere considerata la cifra di tutta la produzione di Adrian Smith, anche per quanto riguarda le sue composizioni con i Maiden […].

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Sugarpulp Addict!

[…] Ma non perdiamoci troppo in chiacchiere e andiamo giù dritti a bomba con quello che vi aspetta: iniziamo con la recensione firmata da Pierluigi Porazzi di Sex Addict, romanzo d’esordio di Stephen Jay Schwartz che ci parla di una storia ultranoir ambientata in una Los Angeles che puzza di marcio; si continua con Alberto Puppin che ha recensito “Io, non io, neanche lui” di Andrea G. Pinketts. Chiudiamo il trittico di questa settimana con “Il Signore delle Mosche”, nuovo strepitoso racconto del nostro Carlo Callegari che continua a presentarci le (dis)avventure della famiglia Mosole. […]

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La felicità dei cani e L’ombra del falco: due romanzi strepitosi

In questi giorni ho avuto la fortuna di leggere due romanzi strepitosi: La felicità dei cani di Adamo Dagradi e L’ombra del falco di Pierluigi Porazzi.

Il primo è un gran bel poliziesco, un giallo colorato di nero che sembra sbucato da uno schermo americano acido ed cattivo.  Non ci sono buoni ne La felicità dei cani, ma tutti i personaggi sono assolutamente “umani”. I veri protagonisti di questa storia che parte lenta e che decolla con un ritmo forsennato sono due: la città in cui è ambientata la storia (io dico Genova: si si, è lei) e il XX Distretto. E poi sotto c’è una storia che fila, uno stile mai banale, colori sfuocati che ti fanno respirare l’odore di un inverno gelido che schiaccia una città di mare in cui si sente troppo la puzza di marcio. Un gran bel libro e, oggi come oggi, non è affatto cosa da poco.

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L’ombra del falco invece è una droga: un thriller allucinato che ti tiene incollato dall’inizio alla fine e che butta sul tavolo una serie di personaggi indimenticabili. Una volta che l’hai iniziato lo devi finire.  Tra le pagine di Porazzi trovi tanta puzza di vita, una storia che non ha nessuna sbavatura, uno stile secco ed essenziale che mantiene alto il ritmo della storia, una scrittura che riesce a raccontare il territorio e l’orrore (quello macabro e splatter del serial killer e quello corrotto ed ordinario della societa’ normale) in maniera agghiacciante. Da leggere per rendersi conto di quanto siano sopravvalutati certi “maestri”: se un libro del genere arrivasse dalla Svezia o dagli Stati Uniti tutti avrebbero già urlato al capolavoro. Splendide poi certe piccoli citazioni che colpiscono al cuore i nerd  come me (la spilletta del Punitore, il pupazzetto di Iron Man). E già che ci sono me la tiro un po’, dato che ho indovinato tutto nelle prime 60 pagine seguendo il metodo di papa’ Poirot: psicologia e un po’ di cellule grigie (che servono soprattutto per decifrare il vero indizio che ci dà Porazzi a metà libro e che ha confermato la mia intuizione iniziale).

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Tarantino in salsa padana

sol24Questo recensione di Giovanni Pacchiano è stato pubblicato ne Il Domenicale del Sole24ore di ieri, domenica 11 ottobre 2009.

“Abbiamo anche noi il nostro piccolo Quentin Tarantino. No, non fa film; scrive. Si chiama Matteo Righetto, è padovano (classe 1972), e il suo romanzo d’esordio, Savana Padana (bel titolo), è, appunto, un pulp-noir incandescente. Roba da far sembrare i testi dei Cannibali o di Ammaniti letteratura per anime candide.
Non abbiamo mai avuto molta simpatia per la scrittura narrativa che nasce direttamente dal cinema o dal fumetto; e, per Righetto, facciamo un’eccezione, perché difatti il discorso è un po’ più complesso. Sotto la ricerca degli eccessi e dello shock (si veda ad esempio il finale della storia, con i «brandelli di cervello» di un morto «appiccicati sull’asfalto bollente»; o l’allucinante iterazione degli sgozzamenti nel regolamento di conti fra bande rivali), grattata via la vernicetta del pulp, emerge una base solidamente e minuziosamente realistica d’antan. Dove un forte sento di disfacimento della società non è mai sepatato dall’aguzza percezione del grottesto.
Da scommettere che Righetto, che – ci informa la quaeta di copertina – «insegna lettere», abbia letto e assimilato autori che oggi possono sembrare (a torto) vecchi, come Steinbeck e Caldwell. E sia anche elettivamente prossimo a un versante faulkneriano, per l’impassibilità feroce della torrida natura veneta estiva qui rappresentata. Ha, infatti, ben la sua parte, la campagna, nel libro. «Ambientato a San Vito Oltrebrenta». Con «un fiume a nord e un fiume a sud. il Brenata da una parte, il Piovego dall’altra. Due corsi d’acqua che stringono a tenaglia una terra piatta umida e tignosa dove il freddo invernale è malefico e l’afa d’estate mortifera. Tra queste campagne c’è San Vito». Che è, in realtà, «una strada lunga e dritta». «Con un bar da una parte e uno dall’altra».
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