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Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili), di Giulio Mozzi

Giulio Mozzi torna in libreria con un suo libro dopo aver passato gli ultimi anni a far pubblicare libri di altri, e dopo aver lavorato ai progetti editoriali più disparati. Lo fa con un libro molto particolare, dato che “Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili)” presenta una serie di racconti brevi e brevissimi che Mozzi ha pubblicati online prima su giuliomozzi.com e poi su vibrissebollettino.net, dove tra l’altro sono tutt’ora disponibili.

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La vendetta della terza linea, di Nicolò Bonazzi

C’è tanta roba nel romanzo d’esordio del padovano Nicolò Bonazzi: ritmo serrato, una scrittura asciutta e concisa, ironia fredda e pungente, una storia divertente, cattiva, politicamente scorretta, in cui i buoni non sono poi così buoni (in compenso i cattivi sono delle vere merdacce).
Il libro si legge in fretta e fa lo stesso effetto di una fuga lungo la fascia del Lomu dei tempi d’oro: travolgente. Ti fermi soltanto quando sei arrivato all’ultima pagina, e ti dispiace un po’ quando leggi la parola fine: dopo tutto ti sta simpatico Marco B, giovane avvocato figlio di puttana che si mimetizza al meglio nell’ipocrisia della Padova-bene. Uno capace di covare per anni un rancore che sfocia in mascelle rotte a suon di calci nei denti, nasi e zigomi fratturati, costole rotte, visi tumefatti e teste spaccate sui marciapiedi di un’Inghilterra splendidamente provinciale (e basta con ‘sta Londra!).

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Unreleased 70’s Porn Music: un must assoluto

No. Di certo non mi lascio sfuggire questa occasione. Che occasione? Quella di dire due parole su questo disco su cui nessuno ha inspiegabilmente impegnato orecchie e tempo per parlarne a dovere.

Chi sono i Pornosonic? E’ presto detto: probabilmente la migliore band in circolazione che abbia mai scritto e suonato musica per film porno. Ma facciamo un passo indietro nei primissimi anni settanta, quando il divo del cinema hard californiano Ron Jeremy, famoso per le dimensioni del suo pene (e perché sennò!) e per la capacità D’Annunziana dell’autofellatio, incontra uno dei più famosi turnisti della scena musicale made in LA. Da cotanta arte sublimata in solo due persone nasce il progetto Pornosonic: mettere la creatività musicale al servizio del nascente business porno-cinematografico. Va subito detto che le clausole contrattuali assicuravano l’anonimato ai singoli componenti del gruppo per evitare ricadute negative alla loro carriera a causa di qualche anima candida, e perciò non ci è dato sapere a chi dobbiamo questa perla nascosta, ma possiamo immaginare che si tratti di gente con i controattributi. Sì, perché il disco suona maledettamente bene: è accattivante, coinvolgente e ci fa immergere pienamente nell’atmosfera di quei primi e ruspanti film a luci rosse, pieni di uomini baffuti e basettoni, donne vere e non sintetiche come adesso e tutti, uomini e donne, con una spiccata allergia a rasoi e creme depilatorie.

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Chickenfoot: l’album

L’album d’esordio dei Chickenfoot è puro rock & roll. E’ uno di quegli album che è bello ascoltare d’estate, quando c’è un caldo tignoso e ti squagli di sudore in pomeriggi che non finiscono mai: riesci a sopravvivere giusto perché hai una birretta ghiacciata in mano, e sai benissimo che le finestre aperte non fanno certo passare un po’ di fresco, servono solo a spaccare le palle a tutti i vicini con quel volume esagerato. Altro che cuffie, iPod e cazzate varie…

E’ il caso però di fare un passo indietro dato che parlare di “esordio” non è proprio corretto, visto che i componenti dei Chickenfoot sono Joe Satriani, Sammy Hagar e Michael Anthony dei Van Halen, e Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers. Com’è nata la cosa? Semplicissimo: i quattro sono amici da sempre, si trovavano spesso a suonare e a cazzeggiare nel club di Sammy Hagar a Costa Mesa e hanno pensato bene di far saltar fuori un album. Non si tratta certo della prima “superband” che nasce in modo apparentemente casuale, né sarà l’ultima. Quello che stupisce in questa operazione sono due aspetti: la semplicità con cui è stata messa in piedi tutta la baracca e la perfezione dell’apparato 2.0.

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Savana Padana: la mia recensione su Debaser

Savana Padanati fa lo stesso effetto di un bicchiere di grappa bevuto tutto d’un fiato dopo una bella cena con gli amici sui colli Euganei, quelle cene in cui ti sfondi di bigoli in salsa, pollo fritto, polenta e fasoi e sioe. E sto parlando del primo bicchiere di grappa della serata, quello che va giù che è un piacere ma che allo stesso tempo ti brucia un po’ in gola. Però fa niente, con il primo bicchiere è sempre così. Poi passa e te ne sbatti.
La trama del romanzo, o racconto lungo che dir si voglia, di Matteo Righetto è figlia di un Joe Lansdale ubriaco di grintòn, e deve molto anche al Guy Ritchie dei suoi primi due (bellissimi) film: una banda di zingari, quattro scalcagnati cazzoni della mala del Brenta al seguito di un boss da antologia, un carabiniere rigorosamente teròn che va dove non dovrebbe andare, un mafioso Cinese detto “il Tigre” e una statua di Sant’Antonio che sparisce poco prima del 13 giugno, proprio quando l’afa umida e tignosa della Pianura Padana si fa insopportabile. Il tutto in attesa di un temporale da iradiddio.

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