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La morte nel villaggio: la postfazione di Claudio Savonuzzi

Uno, due, tre… quattro, cinque… sei… Sette; sì, forse sette”.
Jane Marple

Avete visto anche voi? Questo è uno dei racconti più velenosamente cattivi che si possano leggere per passatempo. Tutti quietamente raccolti attorno alla parrocchia, e non c’è nessuno che si salvi.

Tutti peccatori in atti e parole, compreso il Vicario: un paesaggio di malvagità generale che arriva al capolavoro quando il reverendo trova il suo coadiutore suicida ma non ancora morto e fa di tutto — legge, telefona, girella, fruga — tranne che chiamare un medico. Non vuol proprio farlo, e borbotta: “non sta a noi giudicare se il suo gesto sia riprovevole o no”.

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Poirot si annoia: la postfazione di Julian Symmons

Prima di tutto alcune spiegazioni sul capitolo X. Il riferi­mento che ne ho fatto nella prefazione riguarda la capacità di Nigel Chapman a maneggiare i veleni. Agatha Christie astutamente evita di esprimere a Poirot qualsiasi commen­to. E’ infatti l’ispettore Sharpe che conduce l’interrogatorio. Quando quest’ultimo asserisce che Nigel è un irresponsa­bile, la cosa scivola via come se fosse una battuta.

Agatha Christie tuttavia prendeva molto sul serio tale capacità (la sua conoscenza dei veleni era considerevole e lei stessa co­nobbe momenti di angoscia quando seppe che un vero assas­sino si era servito del veleno che lei aveva descritto in uno dei suoi libri). Se associamo il fatto che Nigel ha espresso l’opinione che il crimine è una “forma d’arte creativa” e che i veri criminali sono in realtà “i poliziotti che scelgono di fare quel mestiere spinti dal loro segreto sadismo”, al profondo rispetto che l’autrice nutre verso la legge e l’ordine, allora guarderemo a Nigel Chapman come al sospettabile numero uno.

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Il Natale di Poirot: la postfazione di Marco Polillo

E così cera un significato in quella camera chiusa a chia­ve dall’interno! Diciamo la verità: quando il sovrintendente Sugden scopre così rapidamente il metodo seguito dall’as­sassino per lasciare la stanza ermeticamente serrata dall’interno, il lettore ci rimane male. Come, un tema così classico affrontato in maniera tanto disinvolta e con una soluzione così semplice? (e oseremmo dire banale, se con­frontata con ben altre trovate da “tecnici” della camera chiusa come, per esempio, John Dickson Carr). E tutto questo da una scrittrice del calibro di Agatha Christie? Incredibile! Non può essere vero. Ci deve essere qualcosa d’altro, qualcosa di molto più importante collegato a quella stanza sigillata. E infatti qualcosa di molto im­portante c’è…

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