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Lo stato della giustizia in Italia

Alcuni estratti dell’intervista di Pasquale Feo all’ex magistrato Edoardo Mori:

«Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».

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Povero Sandri, povera Polizia

Con la sentenza emessa ieri sera la Corte d’assise di Arezzo ha commesso una duplice ingiustizia.
La prima ingiustizia, evidente, è nei confronti di Gabriele Sandri, che è morto ammazzato, e dei suoi familiari che sono rimasti a piangerlo. L’agente Luigi Spaccarotella è stato condannato a soli sei anni per omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento. Non siamo così esperti del diritto per stabilire se fosse più giusta la configurazione dell’omicidio volontario, così come aveva chiesto il pubblico ministero. Ma oltre agli articoli del Codice e alle loro infinite interpretazioni esiste un buon senso. E il buon senso è sufficiente per comprendere che sei anni sono pochi; tanto più in un Paese come l’Italia, nel quale quando si è condannati a sei anni si esce di galera, se va male al reo, dopo più o meno un anno e mezzo.
Quel che l’agente Spaccarotella fece l’11 novembre 2007 è a dir poco assurdo. Non sappiamo se alla stazione di servizio nella quale si consumò il dramma ci fu davvero, come da versione dell’agente, una rissa. Ma sappiamo che, anche se una rissa ci fu, questa era terminata; l’auto di Sandri e dei suoi amici stava ripartendo; e il poliziotto sparò ad altezza di finestrino da una corsia all’altra, rischiando di colpire anche altri passanti. Per definire un simile comportamento non troviamo parole più efficaci di quelle pronunciate dall’avvocato di parte civile: «Un’azione da folle, ma lucida».

Leggi il resto dell’articolo di Michele Brambilla nel sito de Il Giornale. (Una volta tanto mi trovo d’accordissimo con un articolo pubblicato dal Giornale!)