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Perché le parole sono importanti: Delrio con una sola frase comunica un intero sistema di valori (i suoi)

Graziano Delrio, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio utilizza il verbo togliere per parlare di tasse. Un verbo che la dice lunga su come la politica italiana veda il contribuente

Perché le parole sono importanti: Delrio con una sola frase comunica un intero sistema di valori (i suoi)

Diceva Nanni Moretti in un suo celebre film che le parole sono importanti. Spesso sono molto più importanti di quanto possa sembrare. Prendiamo ad esempio il virgolettato di Graziano Delrio come riportato da Corriere.it: Tassare i Bot? A chi ne ha 100 mila posso togliere 30 euro.

Ora a me interessa poco se questo Governo farà una patrimoniale, se tasserà i Bot o se alzerà l’aliquota Iva al 90%. Può sembrare paradossale ma è così: me ne sbatto. Da che ho memoria ne ho sentite e viste talmente tante che non ho più alcuna fiducia in queste persone, a prescindere dai colori e dalle ideologie.

E’ interessante però notare l’approccio culturale che Delrio ha nei confronti delle tasse: stiamo parlando infatti di togliere del denaro a chi ne ha di più. E questo indipendentemente dal fatto che questo denaro sia stato guadagnato onestamente o sia stato già regolarmente tassato.

No, qui si parla semplicemente di togliere. Finché queste persone continueranno a pensare che pagare le tasse non sia un’azione attiva da parte dei cittadini ma un esproprio coatto da parto dello Stato, allora sono convinto che non andremo da nessuna parte.

Per queste persone le tasse sono un prelievo, sono un tot di euro da togliere da un conto corrente, sono una cifra da prelevare. Non venitemi a parlare di equità, di giustizia sociale o qualsiasi altra cosa, perché sono concetti alieni al modo di intendere la tassazione da parte di questo Stato e di questa classe politica (soprattutto di questo PD… non uso il termine Sinistra perché mi sembra fuori luogo), e come tali vengono percepiti da chi le tasse le paga.

Perché il punto è culturale: finché si ragionerà in questo modo non se ne verrà fuori, le tasse in questo paese resteranno una gabella insopportabile perché utilizzata per mantenere un carrozzone impresentabile o per tamponare sacche di inefficienza sempre più intollerabili.

La campagna elettorale più brutta degli ultimi 150 anni

Non credo ci possano essere dubbi, questa è stata la campagna elettorale più brutta degli ultimi 150 anni.

La campagna elettorale più brutta degli ultimi 150 anni

A poche ore dal voto si intensificano gli appelli da parte del PD a NON VOTARE GRILLO. Appelli lanciati in tv dai big, nei social dagli attivisti, nei blog dalla gente comune: è da vent’anni che ripetono lo stesso errore, prima urlando che NON bisognava votare Silvio, e ora che il nemico giurato è Grillo riattaccano.

Non hanno capito che si tratta di una strategia fallimentare? E infatti Bersani, lui che avrebbe dovuto stravincere a man bassa le elezioni, adesso è lì che prega che si voti il più presto possibile perché se la campagna elettorale durasse un mese in più Silvio lo sbranerebbe.

Per non parlare della spudoratezza con cui hanno riesumato Renzi mandandolo in tv e in radio a destra e a manca nella speranza di recuperare qualche voto, dopo che l’apparato l’aveva coperto di insulti alle ultime primarie farsa del PD.

E vogliamo parlare del buongusto con cui il centrodestra ha silurato Giannino a colpi di Master a Chicago e Maghi Zurlì? Povero Giannetto che paga carissimo un errore molto grave, se avesse accettato di correre con la coalizione di Monti o con Berlusca ora potrebbe tranquillamente sfoggiare le sue lauree patacca e il master chicaghese. Magari rimediava anche una bella laurea ad honorem.

Una cosa è certa: Monti, Bersani e Berlusconi si stanno davvero cagando sotto se sono ridotti così, sarebbe curioso vedere i sondaggi veri che hanno avuto per le mani in questi giorni.

E niente, lunedì poi ne riparliamo…

Riflessioni post-amministrative in una notte di fine maggio

Il vento è cambiato eccetera eccetera. Quello che però mi sembra il dato politico più significativo è che queste amministrative le hanno perse i Partiti.

Al primo turno il risultato del Movimento 5 Stelle è stato a dir poco sorprendente (faccia molta attenzione chi riduce tutto a Grillo o chi si salva in corner con la parolina magica “antipolitica”: quella del Movimento a 5 Stelle è politica vera, concreta. e Grillo c’entra poco o niente) e ora dai ballotaggi sono usciti quasi ovunque degli outsider.

Perché, parliamoci chiaro, fino a qualche mese fa nessuno ai vertici di PD e compagnia bella avrebbe minimamente sorriso se gli avessero detto che a vincere sarebbero stati i vari Pisapia, De Magistris o Zedda. E spero che queste persone ora interpretino al meglio la volontà degli elettori evitando di dar vita al solito pietoso teatrino della politica: no, grazie. Non ne abbiamo davvero bisogno. La gente che ha votato queste persone lo ha fatto perché ha in testa dell’altro: voi accettate il vostro ruolo defilato, mantenete un basso profilo e cercate di fare al meglio il vostro dovere.

Per carità, ora che Silvio le ha prese sui denti tutti nel PD cantano vittoria, ma consiglio vivamente di stare molto attenti: da queste urne esce un’Italia che non ne può più dei partiti. Di tutti i partiti (risultati tra il ridicolo e l’imbarazzante di Terzo Polo e UDC). Se non si fa un’attenta analisi di questo dato le prossime elezioni politiche (a cui non credo manchi molto ormai) potrebbero rivelarsi un bagno di sangue senza precedenti, bagno di sangue anticipato da una campagna elettorale che sarà senza dubbio di una violenza inaudita.

Proprio quando è ferito e prossimo alla morte il lupo diventa pericoloso e imprevedibile: se la Storia ci ha insegnato qualcosa è che certi personaggi proprio non hanno più niente da perdere scatenano intorno a sé il peggio del peggio, spesso aiutati dai servi di turno che sanno essere molto più realisti del re, per non usare altri termini (non ho voglia di annoiare nessuno con parallelismi triti e ritriti presi dal secolo scorso e che si prestano a mille politicizzazioni inutili e fastidiose, penso che ci siamo capiti lo stesso. E se no, amen).

Insomma, mi sa che il bello (o il brutto) deve ancora arrivare.

«Sono un ragazzo che lavora per pagarsi gli studi all’Università».

Il Corriere del Veneto dedica oggi la mezza pagina di apertura della sezione cultura a “La ragazza che non voleva essere trovata” (Gruppo Editoriale Albatros), il romanzo di esordio del giovane Paco Ruzzante.

Il virgolettato del titolo è preso dall’articolo in cui si spiega appunto che il giovane Paco, che è il figlio dell’ex parlamentare Piero Ruzzante che attualmente è consigliere regionale e segretario padovano del Pd, si definisce «un ragazzo che lavora per pagarsi gli studi all’Università». L’introduzione del libro è di Walter Veltroni. Ciliegina sulla torta: c‘è del noir nel finale, drammatico…

Mi viene il vomito. Possibile che restiamo sempre l’Italia di Fantozzi? Possibile che non conti davvero un cazzo scrivere un buon libro (quello di Ruzzante magari è un capolavoro, non lo so perché non l’ho letto ma non è questo che mi interessa)? La sensazione, netta e bruciante, è che l’unica cosa importante è essere figlio di un qualche cardinale o  di un potente locale: perché è di questo che stiamo parlando.

Ma fin qui tutto bene, mando giù la solita cucchiaiata di merda perché si sa che funziona così. Quello che però non riesco a capire è perché a 22 anni uno si senta già in dovere di doversi giustificare dicendo che è un ragazzo che lavora per pagarsi gli studi all’Università? Qualcuno sa spiegarmi di cosa diavolo stiamo parlando?

E poi devo sentirmi dire da Veltroni che questo libro «è un’opportunità per capire qualcosa di più di un’intera generazione»? Quando sento parlare di giovani citando chat, spritz e vita universitaria mi viene voglia di mettere mano alla fondina.

Io credo che per capire un’intera generazione (che per inciso non ho idea di quale possa essere) sia molto più utile leggere anche una sola riga pubblicata su Sugarpulp, se vogliamo parlare di letteratura o di cose che le possono minimamente assomigliare. Poi magari sono io che mi sbaglio, che ne so…

A proposito di Marino

«[…] Marino è chiaramente il leader politico di un altro Paese, assai più moderno del nostro: un Paese dove si parla di Web e di banda larga, di merito e di coerenza, di principi e non di convenienza. Non credo che l’Italia sia pronta per lui, e non è che lo dico con il sorriso sulle labbra […]».

Alessandro Gilioli su Piovono Rane.

Ecco il Don Multimediale

Base di partenza. Per le esequie

E adesso parliamo del vero dato importante per chi vota a sinistra e non ha le fette di salame sugli occhi: la catastrofica sconfitta del Pd.

Trovo ridicolo – ma è invece pazzesco – che con una perdita secca di sette punti percentuali in un solo anno, oltre che di decine di province e comuni, Franceschini abbia la faccia tosta di parlare di «una base di partenza per andare avanti». E subito partano le consuete lotte di corridoio, con Fioroni che chiede la riconferma del segretario e Bersani che spintona per prenderne il posto.

Intanto qui non c’è nessuna base di partenza: c’è un partito abbandonato in un anno da un quinto dei suoi elettori, quasi sparito dalla Lombardia e costretto alla difensiva perfino nelle sue riserve indiane.

Base di partenza? Certo, ma è la partenza del corteo funebre.

Continua a leggere il post sul blog di Alessandro Gilioli.